4 domande a
Gabriele Spalluto
1
Nel tuo viaggio al confine svizzero fai vedere delle costruzioni, ma hai escluso ogni presenza umana dai tuoi scatti delle dogane. Perché?
La mia ricerca per « Hic Sunt Leones » è partita dall’architettura dei luoghi. Le persone e le loro storie legate alla frontiera sono un tema enorme e certamente interessante; io ho però deciso di concentrarmi su qualcosa di più specifico. Mi sono chiesto che cosa sia il primo elemento che si vede quando si entra in Svizzera e che valore esso possa avere. L’architettura non è neutra, essa rappresenta qualcosa e la mia ricerca vuole proprio andare a sviscerare – in maniera abbastanza neutra e distaccata a livello estetico – tale punto. Le dogane sono un luogo di per sé altamente simbolico, cosa ci comunicano invece questi prefabbricati e queste costruzioni spesso anonime? La ricerca è capillare e mostra similitudini e differenze.
2
L’identità svizzera è complessa, si tratta di un piccolo territorio con quattro lingue e culture molto diverse. Fotografando le soglie, le porte d’ingresso e d’uscita del Paese, hai percepito punti in comune tra le varie regioni?
È vero, la Svizzera ha quattro lingue e quattro culture, in alcuni ambiti tali differenze sono però meno visibili. Paradossalmente, le dogane non sono poi così diverse fra le varie regioni della Svizzera. Certo, vi sono grandi differenze se prese singolarmente, ma ad esempio una buona parte delle dogane presentano dei punti comuni a priori da dove esse si trovano. La lamiera usata, il carattere con cui è scritto il nome del luogo, la bandiera e altre piccole cose sono costanti e uguali in tutta la Svizzera. Vi sono poi singoli luoghi ed edifici estremamente caratteristici, e in generale nelle città o nei grandi centri si trovano alcune costruzioni più interessanti. Se pensiamo al tema dei confini in senso più ampio le differenze sono invece molto più nette: in alcune regioni, come ad esempio il Ticino da cui provengo, esso è un tema all’ordine del giorno e che ha degli effetti tangibili e molto presenti, mentre in grandi parti della Svizzera (come ad esempio Zurigo) è un tema molto meno sentito e vicino. Il libro si pone quindi quale obiettivo quello di accendere una discussione al riguardo.
3
Hai conservato 175 immagini scattate dallo stesso angolo. Potresti spiegarci cosa ha motivato questa scelta?
A livello estetico sono un amante di ciò che è minimale e neutro. Il mio linguaggio fotografico è spesso molto discreto e poco “rumoroso”, preferisco agire in maniera più “silenziosa” andando a creare delle immagini molto precise ed esteticamente neutre, mettendo quindi le spettatrici e gli spettatori nella condizione di avere uno spazio di interpretazione che sia piuttosto ampio. Per me il lavoro seriale è importante, e nella ricerca di Hic Sunt Leones è stato per me necessario svolgerlo in una maniera anche rigorosa, andando a togliere più variabili possibili, sino ad arrivare a una serie di immagini che da un lato costituiscono un corpus, e che dall’altro possono essere confrontabili fra di loro. Le scelte a livello estetico sono fatte per mettere al centro l’architettura di questi (non)luoghi, e il punto di vista che ho scelto va a dialogare sottilmente con il titolo del progetto. Vediamo gli ultimi metri del suolo svizzero e poi, sempre più piccoli a causa della prospettiva, i primi metri di ciò che sta al di là.
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A prima vista, le tue immagini ricordano cartoline della Svizzera, eppure veicolano un messaggio politico: si tratta sia di accogliere che di monitorare coloro che attraversano il confine. Da qui il senso di inquietudine che intendevi evocare?
Le dogane sono dei luoghi ambivalenti certamente. Formalmente sono dei luoghi di difesa, sono sorvegliati, è vietato fotografarli, vi si svolgono numerosi controlli…
A ben pensarci, però, sono anche il primo baluardo di uno Stato, la prima cosa che chiunque vede di una nuova nazione; potremmo dire che possono fungere un po’ anche da biglietto da visita. La Svizzera non ha sbocchi sul mare, è totalmente accerchiata da altre nazioni e non fa parte dell’UE, ha quindi numerosissime dogane su tutti i lati del territorio. Tali luoghi portano – o forse è meglio dire portavano – parecchie storie: in ogni dogana vi erano degli ufficiali e spesso gli edifici includevano anche la loro casa. Tutti questi luoghi erano presidiati ma nello stesso momento anche vissuti. Con l’avvento dello spazio Schengen la situazione è cambiata, i valichi presidiati sono pochi e in generale il controllo delle frontiere ha cambiato forma.
Con il mio progetto ho voluto ricercare il valore simbolico che questi luoghi hanno e come la loro architettura lo possa eventualmente influenzare: se arrivo in un grande valico autostradale pieno di agenti e auto mi accorgo che sta per accadere qualcosa, se invece sono in cima ad una montagna e a indicare il passaggio fra due Stati vi è unicamente un palo e una bandiera? A livello simbolico sono due esperienze diametralmente opposte, a livello pratico sta invece accadendo la medesima cosa. Da un lato uno Stato si mostra forte e presente, dall’altro ci offre una bizzarra cartolina.
L’unica mia presa di posizione è il titolo del libro, « Hic Sunt Leones », e si rifà ad una legenda su alcune carte romane. I Romani lo scrivevano quando non sapevano cosa ci fosse al di là, per rendere attenti; noi sappiamo benissimo cosa vi è al di là del confine e non vi sono di certo dei leoni o dei pericoli, eppure per una parte della politica sta diventando sempre più importante chiuderli o controllarli in maniera massiccia. Quello che ho voluto mostrare nel mio progetto è il clash che si crea fra le intenzioni di alcuni e la realtà sul territorio, dove spesso l’unica difesa che vi è sul confine è un cippo o una bandiera.