4 domande a
Marine Lanier
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Marine Lanier, ci spieghi il suo progetto, che ha sviluppato nel corso di diversi anni in una serie intitolata *Le Soleil des loups*: l’adolescenza la interessa, ma anche, e forse soprattutto, il rapporto tra l’uomo e la natura.
Le Soleil des loups è una serie realizzata nel corso di diversi anni sulle montagne dell’Ardèche, sui terreni di antichi vulcani. Lì ho seguito due fratelli adolescenti che crescono in un ambiente a stretto contatto con la natura. In questa età di metamorfosi, sembrano ancora appartenere al mondo selvaggio pur entrando progressivamente in quello degli adulti. Attraverso di loro, cerco non tanto di raccontare la loro storia quanto di interrogarmi su un momento di svolta, quello in cui l’infanzia svanisce, il corpo cambia e il legame con il paesaggio diventa un modo per costruire la propria identità. Gli animali, le foreste, le pietre o gli alberi diventano presenze che dialogano con gli esseri umani. Il mio lavoro esplora spesso questo confine tra documentario e favola. Parto sempre dal reale, ma cerco di rivelarne la dimensione invisibile, mitologica o simbolica.
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I paesaggi che fotografa sono molto particolari, può dirci qualcosa di più? Come ha scelto questa ambientazione?
Non scelgo mai un paesaggio solo per la sua bellezza. Cerco territori che portino già con sé una storia o una memoria. Per Le Soleil des loups, gli antichi vulcani dell’Ardèche mi hanno immediatamente affascinata. Sono paesaggi molto antichi, plasmati dal fuoco, che emanano una forza arcaica. Mi piace lavorare in luoghi dove la natura sembra conservare una forma di autonomia, dove si percepiscono ancora le grandi forze geologiche. Questi territori diventano il terreno fertile delle mie storie. Trascorro molto tempo a percorrerli prima ancora di fotografare, per comprenderne la luce, le stagioni e le relazioni che vi si intrecciano tra gli esseri umani, gli animali e il mondo vivente.
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A volte scatta foto a colori, altre volte in bianco e nero. Cosa determina la sua scelta? Si ispira, ad esempio, al cinema fantastico?
La scelta tra il colore e il bianco e nero dipende innanzitutto da ciò che cerco di raccontare. Il colore mi permette di restituire una materia, una luce, una sensazione molto fisica del paesaggio. Il bianco e nero crea un’altra temporalità; purifica l’immagine e talvolta le conferisce una dimensione più archetipica, quasi mitologica. Il cinema alimenta molto la mia immaginazione. Amo in particolare La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter) di Charles Laughton, dove i paesaggi diventano spazi mentali, al tempo stesso reali e pervasi dalla fiaba. Sono anche molto sensibile al cinema di Werner Herzog, in particolare Aguirre, furore di Dio, Cuore di vetro o Nosferatu, per il suo modo di riprendere una natura potente, indifferente all’uomo, che sembra possedere una propria volontà. Amo anche il cinema contemplativo di Béla Tarr, dove i paesaggi hanno una carica emotiva quasi altrettanto forte quanto i personaggi. Questi film mi ispirano per il modo in cui danno vita ai luoghi. Anch’io cerco di fotografare paesaggi che non siano semplici scenari, ma vere e proprie presenze, capaci di veicolare una memoria, una tensione o un alone di mistero. Il mio lavoro si colloca proprio là dove il reale lascia intravedere qualcosa di più antico e di più universale.
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L’anno prossimo parteciperà in Svizzera al Festival Alt+1000, che espone le fotografie all’aperto sulle montagne di Neuchâtel. È la cornice perfetta per il suo lavoro e una prima volta per lei?
Sì, è un’esperienza che attendo con grande entusiasmo. Il mio lavoro è profondamente legato ai paesaggi di montagna, e vedere le fotografie tornare in un ambiente naturale crea una risonanza particolare. Dialogano con il vento, la luce, gli alberi e i rilievi, quasi come se ritrovassero il loro ambiente d’origine. È anche la prima volta che partecipo ad Alt+1000, un festival di cui apprezzo molto il modo di far circolare la fotografia al di fuori degli spazi espositivi tradizionali. Mi piace l’idea che i visitatori scoprano le opere nel corso di una passeggiata, in un’esperienza in cui il paesaggio reale si prolunga in quello fotografato.